Natural intelligence

Natural Intelligence: quando l’architettura torna a parlare umano

Il convegno Natural Intelligence ha messo a confronto alcune delle voci più autorevoli dell’architettura contemporanea sul rapporto tra intelligenza naturale e artificiale. Dalle riflessioni emerse, l’IA si conferma strumento utile ma incapace di sostituire intuizione, errore, lentezza e responsabilità progettuale. L’architettura resta un’esperienza umana, radicata nella materia, nel tempo e nella capacità di interpretare il contesto.

19 Dicembre 2025
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C’è un momento, nel dibattito contemporaneo sull’architettura, in cui diventa necessario fermarsi. Fare un passo indietro. E chiedersi non tanto cosa siamo in grado di progettare oggi, ma come e con quale intelligenza.

È da qui che nasce Natural Intelligence, convegno internazionale organizzato da Area (Gruppo Tecniche Nuove) ai Magazzini del Cotone di Genova che ha riunito alcune delle voci più autorevoli dell’architettura internazionale per riflettere sul rapporto, sempre più complesso e delicato, tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale.

Un’iniziativa a cui hanno partecipato oltre 500 professionisti, imprese, studenti e rappresentanti del mondo accademico e che ECLISSE ha sostenuto come sponsor, riconoscendosi nei valori al centro del confronto: la centralità dell’uomo, la responsabilità del progetto, il tempo dell’ascolto, la qualità dello spazio costruito. Perché innovare, non significa inseguire la tecnologia fine a se stessa, ma metterla al servizio di un’idea di abitare più consapevole, autentica e umana.

Oltre l’algoritmo: l’intelligenza che nasce dall’esperienza

Nel corso della giornata, sei architetti di fama internazionale hanno dato vita a un confronto aperto, capace di toccare temi profondi: il ruolo dell’errore, il valore dell’imprevedibilità, il rapporto con la materia, il tempo lento del progetto.

Temi che Simona Kemenater, architetto presente all’evento, ha raccolto e restituito in una riflessione personale e intensa, scritta a caldo, durante il viaggio di ritorno. Le considerazioni che seguono sono le sue, rielaborate nel linguaggio ma fedeli nello spirito e nei contenuti.

Nel suo racconto, Natural Intelligence emerge come un’esperienza prima ancora che come un convegno: un luogo di ascolto, di emozioni, di visioni non allineate. Kemenater sottolinea come, sul palco, non si sia parlato di IA come minaccia, ma come strumento parziale, incapace, almeno oggi, di restituire ciò che rende il progetto architettonico un atto profondamente umano: la gravità della materia, del tempo e dello spirito.

Particolarmente potente è il passaggio dedicato agli schizzi a mano libera di Gong Dong, architetto classe 1972, capaci di raccontare il vento, l’aria, i flussi invisibili, pieni di spontaneità progettuale, come anche la stessa Louisa Hutton, Sauerbruch Hutton Architects, sua compagna di dibattito, ha fatto notare.

La gravità è l’ingrediente della vita che l’AI non riesce a restituire perché questa è impostata per ottimizzare il nostro tempo e supportarci, facilitandoci la vita. Ma la pazienza dei tempi lenti, come il viaggio da Pechino per il convegno, la gravità dello spirito che è anche tristezza, sono indispensabili per la fase creativa della attività progettuale.

Hutton ha rimarcato l’incompatibilità tra processo analogico e automatizzazione, ricordando come la
libertà cromatica e materica delle sue opere richieda un grado di spontaneità e personalizzazione che la
tecnologia tende a livellare. Il principale vantaggio iniziale del suo studio di progettazione? Il poco
lavoro e di conseguenza l’abbondanza di tempo: risorsa sempre più scarsa nelle dinamiche
contemporanee.

Tecnologia sì, ma con coscienza

Una citazione in contrasto a questo mood generale, quella di Benedetta Tagliabue che afferma che il figlio, artista digitale, non condivide le limitazioni che la tecnologia sembra imporci, perché riesce a utilizzarla in modo consapevole e controllato. Sta forse qui il gap con la generazione digitale?

Nel suo studio EMBT Architects, invece, l’intelligenza artificiale viene usata dai più giovani del gruppo per giocare, per creare collage di immagini, in un approccio di curiosità che tiene lontana la paura, pronti ad accogliere i cambiamenti, purché questa non sostituisca l’esperienza diretta, l’artigianalità, la relazione con i materiali reali.

Una posizione non in contrapposizione netta tra naturale e artificiale, bensì alla ricerca di un equilibrio, dove l’innovazione resta un mezzo e non il fine.

L’identità oltre lo stile

Il confronto prosegue con Martin Gram dello studio Snøhetta di Oslo, una delle realtà internazionali più strutturate in termini di organico, con oltre 350 professionisti distribuiti tra le diverse sedi. La domanda posta da Marco Casamonti, direttore di Area, entra subito nel nodo centrale: come è possibile mantenere un’identità riconoscibile all’interno di una compagine progettuale così ampia e diversificata?

La risposta di Gram è netta e metodologica. Il segreto risiede nel sistema di lavoro: ogni progetto inizia da zero e si fonda su un’idea concettuale iniziale molto forte. Questo approccio consente di rendere ogni intervento unico, garantendo al tempo stesso una riconoscibilità dello studio che non passa attraverso forme o stilemi ricorrenti, ma attraverso una coerenza più profonda, di sostanza. Una riconoscibilità che, proprio per questo, è leggibile soprattutto da un pubblico attento e sensibile.

A rendere evidente il concetto è lo stesso Casamonti, che propone un esperimento emblematico: chiedendo a un generatore di immagini di produrre un progetto “in stile Zaha Hadid”, il risultato appare credibile; chiedendo invece uno “in stile Snøhetta”, l’intelligenza artificiale entra in difficoltà, proprio perché non dispone di riferimenti estetici costanti e replicabili. Una dimostrazione efficace di come l’intelligenza artificiale riesca a imitare facilmente ciò che è formalmente codificabile, ma fatichi laddove l’identità è costruita su valori, processi e relazioni con il contesto.

L’errore come segno distintivo di un’opera naturale

Di segno diverso, ma altrettanto radicale, è la posizione di Odile Decq, architetta francese dall’anima dichiaratamente anticonvenzionale. Per lei, ciò che consente di resistere all’intelligenza artificiale non è la competizione tecnologica, ma l’errore: l’imprevisto, il difetto, l’imperfezione.

Sono questi gli elementi che rendono un’opera autenticamente naturale e profondamente umana, dal volto alle forme della natura stessa. Il suo studio, fortemente orientato alla sperimentazione e alla rottura degli schemi tradizionali, ha più volte tentato di integrare l’IA nel processo progettuale, ma con risultati ritenuti sempre insoddisfacenti.

La tecnologia, sostiene Decq, è “postmoderna” perché può solo rielaborare dati esistenti; al contrario, l’evoluzione naturale e il progresso scientifico hanno compiuto i loro salti più significativi proprio grazie a errori, deviazioni e scoperte imprevedibili.

L’incapacità di progettare dell’AI

A rafforzare questa visione interviene Gianfranco Toso, esperto di intelligenza artificiale dello studio Fuksas, che conferma come allo stato attuale l’IA non sia in grado di progettare architettura. A supporto della sua tesi presenta uno schema composto da sette coppie concettuali opposte che mettono in luce la superiorità dell’intelligenza naturale: utopia e visione, realtà e finzione, infinito e limite, connessione e montaggio, intuizione e regola, emulazione e simulazione, complessità e semplicità. Anche le contrapposizioni apparentemente più astratte risultano, a uno sguardo attento, estremamente centrate: l’IA può attingere a enormi quantità di dati, ma non può accedere al concetto di infinito, perché opera sempre entro il perimetro di ciò che è già conosciuto. Nei progetti dello studio Fuksas, racconta Toso, il rapporto tra esperienza e immaginario futuribile resta fortemente sbilanciato verso la prima: 80 a 20, a conferma di un approccio ancora profondamente radicato nella natura.

Una giornata che si è conclusa con una serata di gala sotto la vasca dei delfini dell’Acquario di Genova, un’esperienza suggestiva che diventa occasione di riflessione. La convivenza forzata di animali intelligenti in ambienti artificiali solleva interrogativi etici che rimandano direttamente al tema del convegno, riaprendo il dibattito sul rapporto tra naturale e artificiale e sull’approccio antropocentrico con cui l’uomo interpreta le leggi della natura.



Un grazie sincero a Simona Kemenater per aver condiviso le sue riflessioni post evento sul tema “Riuscirà l’intelligenza naturale a competere e sopravvivere all’intelligenza artificiale?